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Introduzione al Buddhismo

Il Buddha storico

Nasce nel 563 a.C., si sposa a sedici anni, lascia la casa a 29 anni per iniziare la ricerca spirituale, s’illumina a 35 anni, nella notte di luna piena di maggio, muore nel 483 a ottant’anni. Non è un profeta. Non è figlio di Dio. È un uomo che compie una propria ricerca e poi fonda un ordine religioso in cui ammette le donne (fatto eccezionale, dato che nell’India antica il ruolo femminile era pochissimo considerato).

l buddhismo si basa sugli insegnamenti del Buddha, dapprima trasmessi oralmente e poi messi per iscritto quattrocento anni dopo la sua morte. La prima stesura fu realizzata in lingua pali nel I secolo a.C. Anche i discorsi dottrinali del Buddha, cui s’ispirano tibetani, cinesi e giapponesi, sono stati scritti centinaia d’anni (tra i 300 e i 700) dopo la morte del Buddha. Si tratterà di testimonianze fedeli? 

Ad ogni modo, possiamo suddividere il messaggio del Buddha in due fasi:

  • insegnamenti orali originari
  • trascrizioni, interpretazioni e aggiunte

Di tradizione induista, il Buddha ha mantenuto le credenze di base della sua terra: quindi non ha inventato nulla, ma ha interpretato in modo originale le Upanishad, testi della scuola vedica usati dai sacerdoti indiani secoli prima della sua nascita.

Il Buddha si assunse il compito di divulgare le conoscenze spirituali che i bramini tenevano segrete per ragioni di potere. Nel buddhismo infatti l’autorità è sempre messa in dubbio: “Non fidatevi di ciò che è detto, né di ciò che è scritto. Accettate gli insegnamenti che nella pratica si dimostrano per voi utili”.

Il buddhismo è una scuola di filosofia morale e una religione. Il messaggio del Buddha è un insegnamento su come vivere armoniosamente la vita. Possiamo quindi affermare che non esiste stacco fra la pratica buddhista e la vita quotidiana.

Il Buddha non intende rivelarci ‘perché’ siamo al mondo, ma ‘come’ vivervi: eliminando l’ego che genera confusione ed esaminando con obiettività i fenomeni. L’atteggiamento buddhista nei confronti delle cose non è perciò improntato a un distacco nichilista, ma a una positiva consapevolezza. Il vero praticante buddhista non è esente dalle sensazioni piacevoli o spiacevoli, ma non è dominato dal desiderio e non viene toccato dalle esperienze.

Le scuole buddhiste

Dopo la morte del Buddha, si tenne un concilio, in cui furono puntualizzati i contenuti dei Canoni:

  • disciplina monastica
  • sermoni
  • metafisica, psicologia e filosofia

Cent’anni dopo si tenne un altro concilio, in cui i monaci si divisero in due correnti:

  •  la prima sostiene che il risveglio si ottiene con una stretta osservanza delle regole
  •  la seconda afferma che l’uomo ha già dentro di sé la buddhità e deve solo farla emergere.

Duecentocinquant’anni dopo, il buddhismo divenne religione ufficiale dell’India per opera dell’imperatore Ashoka, ma quando costui morì aumentarono le divergenze tra le correnti e si formarono due scuole: Hinayana e Mahayana.

Hinayana: segue gli insegnamenti del Buddha così come egli li ha trasmessi. Ha una connotazione razionale e autoritaria e si pone come ‘custode del verbo’. Prevede che il praticante lavori per la liberazione individuale.

Mahayana: ha un contenuto filosofico e metafisico e lascia spazio al misticismo. Prescrive che il praticante lavori per liberare gli altri dalla sofferenza.

In seguito, a poco a poco, i bramini si riprendono i loro spazi. Nel 700 d.C. il buddhismo tramonta in India e si diffonde in Tibet, Cina e Giappone.

Il termine ‘Buddha’ indica il ‘risvegliato’, ovvero ‘colui che ha ottenuto la saggezza (bodhi) attraverso l’intuizione’. Numerosi Buddha compaiono nella storia dell’umanità: sei sono già venuti, poi si è manifestato il Buddha Shakyamuni. In seguito avremo il Buddha futuro Maitreya e tredici ulteriori Buddha. Tutti questi Buddha sono accomunati da una vita leggendaria basata su un percorso paradigmatico: nascita miracolosa, vita in famiglia, successivo abbandono dell’esistenza mondana, illuminazione, trasmissione d’insegnamenti.

Il principio buddhico si manifesta in tre modi:

  • Dharmakaya: coscienza cosmica; pura luce; unità con il tutto priva di dualità
  • Sambhogakaya: creazione spirituale; corpo di delizia (estasi)
  • Nirmanakaya: corpo di trasformazione; incarnazione.

Secondo la tradizione Hinayana, il Buddha si manifesta una sola volta per ogni epoca. Secondo la tradizione Mahayana, invece, vi sono infiniti Buddha e Bodhisattva in ogni tempo.

Le quattro nobili realtà

  1. L’esistenza della sofferenza
  2. L’origine della sofferenza è il desiderio egoistico
  3. La sofferenza cessa eliminando l’io separatore
  4. La via che conduce alla cessazione della sofferenza è una via d’addestramento spirituale basata su un’esistenza virtuosa, equidistante dagli eccessi del piacere e dell’ascetismo.

 Le otto categorie dell’Ottuplice sentiero

Vanno sviluppate simultaneamente e sono:

  • la retta comprensione: vedere le cose nella loro vera natura, senza etichette (saggezza);
  • il retto pensiero: distacco, pensieri di non violenza e amore (saggezza);
  • la retta parola: evitare bugie, maldicenza, odio, inimicizia, offese e pettegolezzo vano (moralità);
  • la retta azione: rispetto dei cinque precetti (moralità);
  • la retta condotta di vita: sostentamento con mezzi legittimi (moralità);
  • il retto sforzo: educazione della mente a prevenire gli stati mentali negativi e a coltivare quelli positivi (disciplina mentale);
  • la retta consapevolezza: essere vigili sulle attività del corpo, delle sensazioni, emozioni e concezioni (disciplina mentale)
  • la retta concentrazione: non lasciarsi illudere, ma sviluppare piena attenzione, meditazione e respiro (disciplina mentale)

Cessa di pensare male – Cessa di parlare male – Cessa di agire male.

Impara a pensare bene, parlare bene, agire bene.

 Questa via prende il nome di ‘Ottuplice sentiero’ o ‘sentiero di mezzo’.

I due pilastri

  • La saggezza, ovvero la legge del Dharma.
  • La compassione, ossia la legge dell’amore espresso dalla legge del Dharma (dove per ‘amore’ s’intende ‘desiderare che tutti siano felici’ e per ‘compassione’ ‘fare di tutto perché gli altri siano felici’).

Non c’è una causa prima: gli universi fisici e mentali sono un continuo divenire che genera mondi apparenti, a cui noi ci leghiamo spinti da desiderio, odio, illusione o confusione generata da un io separato dal tutto. Causa ed effetto sono tutt’uno, ma noi li vediamo separati perché pensiamo in termini di passato, presente e futuro.

La positività generata si estende al mondo e ricade su chi l’ha prodotta, in un continuo scambio.

Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato, detto, fatto.

Tutto ciò che saremo è il risultato di ciò che pensiamo, diciamo, facciamo ORA!

Per meglio illustrare questo concetto, il Buddha faceva l’esempio d’un guerriero colpito da una freccia. Estraendo la freccia che l’ha ferito genera dolore, ma agisce risolutamente senza perder tempo a chiedersi da dove venga la freccia, chi l’abbia tirata, come sia fatta e di che tribù porti i colori: allo stesso modo noi, di fronte al nostro dolore dobbiamo comprendere che ORA è il momento dell’azione per eliminare la sofferenza.

Le circostanze sono esperienze. Lo spirito con cui le affrontiamo le trasforma in occasioni di gioia o di sofferenza: tutto ciò che siamo è il prodotto dei nostri pensieri.

Il vuoto

Tutte le cose sono interdipendenti e soggette a mutamento: non sono eterne e se le smembriamo non troviamo un contenuto finale. Sono quindi prive d’esistenza intrinseca. Ogni cosa che nasce contiene in sé la condizione della dissoluzione. Non c’è nulla di permanente nell’uomo, nulla d’immortale. Tutto cambia.

Chi percorre allora il sentiero dell’illuminazione? Una coscienza soggetta a dolore e mutamenti, transitoria e priva d’immortalità.

Cosa rinasce? Una coscienza in continua evoluzione che segue la legge del karma. Questa coscienza arriverà un giorno a un tale stadio di purezza e maturazione che non sarà più spinta a rinascere, ma si dissolverà nella luce. Tutti gli esseri raggiungeranno prima o poi l’illuminazione.

Nella nostra mente sono il paradiso e l’inferno.

Storia del Tibet

Il calendario tibetano inizia dal 127 d.C., data che corrisponde alla fondazione del regno di Yarlung. Poco si sa della storia del Tibet nei secoli che precedono questo evento: sembra che le prime tribù stanziali sul territorio si siano formate intorno al 500 a.C. dando luogo nel tempo ad una società feudale non omogenea.

OM MANI PADME HUM

Confinante al nord con la Serindia, nota anche come Asia Superiore di cui facevano parte il Sinkiang e il Turchestan, a sud con il Nepal e l’India, a ovest con il Kashmir e a est con la Cina, il Tibet conobbe molto tardi il buddhismo, ma ne fu talmente impregnato che tutte le sue vicende politiche, da allora fino ai giorni nostri, vedono la popolazione profondamente legata alla dottrina del Risvegliato. La storia documentabile del Paese delle nevi ci permette di risalire al re Songtsen Gampo di Yarlung ( 598-650 d.C.) il quale assoggettò tutte le tribù e fondò l’impero del Tibet.

La tradizione buddhista potè sopravvivere grazie alla perpetuazione di lignaggi familiari ed all’opera di alcuni yogi nelle regioni occidentali del Kham e dell’Amdo e nel regno di Ngari nel Tibet centrale. Il re Yeshe di Ngari (1102-1176) contribuì al rifiorire del lamaismo inviando il traduttore Rinchen Zangpo in India con il compito di riprendere i legami con la tradizione Vajrayana ed egli invitò in Tibet il grande Atisa, il cui discepolo Dromtonpa fonderà la scuola Kadampa. Iniziò così un rinascimento che vide il maestro e traduttore Marpa stabilirsi nella valle dello Yarlung dopo essere stato in India ed aver studiato con Naropa.

All’età di circa cinquant’anni Marpa incontrò il suo principale discepolo, Milarepa ( 1040-1123) che sarebbe divenuto il depositario dei sei yoga di Naropa, delle istruzioni su Chakrasamvara e del lignaggio del Mahamudra, nonché il fondatore della scuola Kagyupa. Qualche anno prima era nata la scuola Sakyapa, per iniziativa di Kon Konchok Gyalpo (1034-1102), che aveva ricevuto gli insegnamenti tantrici da Drokmi Sakya Yesce, discepolo di Virupa. Proveniente dal lignaggio Kadampa, il Maestro Dakpo Lharie detto Gampopa ( 1079-1153) divenne il principale discepolo di Milarepa e integrò gli insegnamenti Kadampa con quelli Kagyu, fondando la scuola Dagpo Kagyu che generò quattro sottoscuole due delle quali particolarmente importanti: la scuola Karma Kagyu e la scuola Phakmo Drupa che produsse otto nuove diramazioni tre delle quali sono ancora attualmente esistenti la tradizione Drukpa Kagyu, la tradizione Taklung Kagyu e la tradizione Drikung Kagyu.

Quando Gengis Khan (1167-1227),imperatore dei Mongoli, alla fine di una guerra durata venticinque anni, conquistò il regno occidentale della Cina, stava per mettere a ferro e fuoco anche l’altopiano del Tibet, ma una delegazione di notabili e monaci della tradizione Kagyu evitò il disastro offrendo sottomissione e tributi al terribile invasore. Il patto fu rispettato fino alla morte del sovrano: al suo decesso i notabili tibetani considerarono sciolta la promessa causando la reazione del figlio di Gengis Khan, Ogedei, il quale entrò con le sue truppe in Tibet. Un figlio di Ogedei , il principe Koden, convertitosi al buddhismo scelse come guida spirituale Sakya Pandita (1182-1251), illuminato rappresentante della scuola Sakyapa, al quale affidò il governatorato del Tibet e tale prerogativa fu esercitata dalla dinastia dei Sakya per oltre cento anni con non trascurabili riflessi sulla realtà socio-politica del Paese.

Il condottiero Mongke Khan disconobbe tale privilegio preferendo ai lama tibetani i monaci taoisti provenienti dalla Cina, ma il suo successore Kublai Kan (1215-1294) ristabilì la influenza dei Sakya presso la corte mongola affidando al lama Drogon Chogyal Phagpa il controllo dei regni e dei monasteri tibetani. Phagpa morì avvelenato da un governatore dissidente.

Quando Kublai Khan conquistò la Cina, diventando il primo imperatore della dinastia Yuan, durata fino al 1368, il Tibet era sotto il dominio mongolo: per questa ragione la Repubblica Popolare Cinese vanta oggi la proprietà del Tibet, ma i tibetani controbattono che quando i mongoli conquistarono il Tibet non lo fecero a nome della Cina e quindi l’attuale annessione, perpetrata con la forza nel 1950, è arbitraria e basata su un diritto infondato. Nel 1285 sorse un conflitto tra i mongoli che occupavano l’altopiano tibetano e le due scuole allora più influenti del lamaismo si contrapposero: i Drikung si allearono con i mongoli residenti ad ovest e i Sakya sostennero i mongoli stanziati nel Tibet orientale. La contesa terminò con la vittoria delle truppe della dinastia Sakya e la distruzione del monastero Drikung. Tai Situ Changchub Gyaltsen ( 1302-1364),della scuola Phagmo legata ai Drikung riuscì a cambiare le sorti sconfiggendo i Sakya e portando un periodo di pace nel territorio, ma dovette sottoscrivere un trattato di sottomissione al governo cinese, che nel frattempo si era liberato del potere mongolo. Una nuova dinastia di reggenti, i Rinpung, assecondata dai fedeli della scuola Karma Kagyu, entrò in conflitto con i Phagmo drupa e si assicurò il dominio su una metà del Tibet. Sotto il governo di queste due dinastie nacque una nuova scuola del buddhismo tibetano, la tradizione Gelugpa che avrebbe svolto un ruolo importante nella storia del Tibet. Il suo fondatore, Lama Tsong Khapa ( 1357-1419), ricevuti insegnamenti e trasmissioni dai grandi Maestri di tutte le tradizioni, fondò il monastero di Ganden, sito a pochi chilometri da Lhasa.

La seconda metà del quindicesimo secolo e tutto il sedicesimo secolo videro accendersi duri conflitti politici tra i rappresentanti della scuola Gelugpa e quelli della scuola Karma Kagyupa. Gendun Drup ( 1391- 1474) e la sua reincarnazione Gendun Gyatso (1475-1542) riconosciuti come infaticabili ed illuminati diffusori della tradizione Gelugpa , ricevettero il titolo postumo di Dalai Lama, un appellativo che significa “oceano di saggezza” e che venne attribuito dall’imperatore mongolo Altan Khan, convertitosi al buddhismo, a Sonam Gyatso, abate di Drepung: un titolo che accompagnerà i futuri Dalai Lama sino ai giorni nostri. Lo strapotere dei mongoli sul Tibet, passato nei secoli dalla riscossione di tributi ad una sudditanza mascherata da alleanza, ebbe il suo apice quando a Lhasa giunse, accompagnato da un esercito, un principe mongolo discendente di Altan Khan, Yonten Gyatso (1589-1617), riconosciuto come il quarto Dalai Lama.

E’ in questo periodo che prende vita un secondo lignaggio Gelugpa, quello dei Panchen Lama, tradizionalmente abati del monastero di Tashilumpo, che condividono con il Dalai Lama il potere spirituale ma in linea di principio non esercitano il potere temporale. Mentre i Gelugpa si espandevano intorno a Lhasa e nel Tibet orientale, i Karma Kagyu conquistavano il Tibet sud occidentale: la battaglia per il potere politico produsse oltre un secolo di lotte intestine e scontri armati.

In quel periodo una nuova dinastia salì alla ribalta, quella degli Tsangpa, che con l’alleanza dei Karmapa lottò contro i Gelugpa arrivando ad assediare i monasteri di Sera e Drepung. In quella circostanza fra gli alleati dei Karma Kagyu figuravano anche i Drukpa Kagyu, il cui reggente Shabdrung Ngawang Namgyal al termine del conflitto, si ritirò oltre confine andando a fondare il regno del Buthan. Approfittarono di questo periodo buio i mongoli, che nel 1640 invasero nuovamente il Tibet ed assoggettarono tutte le parti belligeranti, unificando il Paese. In questa circostanza i nuovi invasori concessero al quinto Dalai Lama il potere religioso e temporale sulla popolazione, istituendo di fatto un sistema teocratico di governo che durerà fino al 1950.

La figura autorevole e rispettata del Dalai Lama fu fondamentale per il mantenimento di un certo equilibrio sociale e politico ma si resero necessari drastici provvedimenti: così la scuola Karma Kagyu fu posta sotto controllo e venne privata dei suoi monasteri ed egual sorte toccò alla scuola Jonangpa, alleata dei Karma Kagyupa e inoltre considerata eretica per la sua visione di una natura di Buddha vuota di alterità ma dalle qualità luminose che sarebbero una realtà in sé. Quando il reggente mongolo Labsang Khan fece rapire il sesto Dalai Lama e insediò un successore di suo gradimento, la popolazione insorse, e nel 1717 chiese ad un altro esercito di origine mongola di intervenire, cosa che sortì un duplice risultato: Labsang Khan fu ucciso ma i nuovi alleati si rivelarono peggio dei predecessori e i tibetani, per liberarsene, dovettero chiedere aiuto ai cinesi i quali prontamente intervennero espugnando Lhasa nel 1720 e decretando la fine di un dominio mongolo durato cinquecento anni.

Il Tibet fu trasformato in un protettorato cinese e una larga parte delle sue terre orientali fu annessa alla Cina. Per oltre mezzo secoli il Tibet fu governato da principi favorevoli alla dinastia Manciù che regnava in Cina, e nel 1793 il governo cinese promulgò una legge che gli attribuiva la facoltà di scegliere il Dalai Lama e il Panchen Lama con il sistema, rimasto immutato fino ai giorni nostri, detto dell’ “urna d’oro”: un recipiente in cui venivano messi i nomi dei candidati al titolo, per una estrazione che avveniva alla presenza delle autorità cinesi ed il cui risultato era ratificato dal capo dello Stato.

Quando gli Inglesi, che già avevano il controllo dell’India, estesero il loro potere sul Kashmir, la vicinanza della Cina poteva risultare pericolosa per cui il governo britannico e quello cinese stesero nel 1856 un trattato che definiva i confini tra Nepal e Tibet e consentiva al governo cinese il protettorato della parte orientale tibetana, successivamente tornata in possesso di tibetani nel 1865. Ma anche la Russia si dimostrava interessata al Paese delle nevi e la Gran Bretagna colse il pretesto di sedare una controversia interna per occupare militarmente la regione sollevando le proteste del Governo cinese che pretendeva di avere una sovranità di lunga data sul Tibet. L’arrivo delle truppe britanniche a Lhasa rese necessario un trattato tra gli inglesi e i tibetani in cui questi ultimi, insieme a vari altri obblighi finanziari e burocratici, si impegnavano a non avere relazioni ufficiali con altri paesi senza l’accordo della Gran Bretagna.

I britannici stipularono in seguito un accordo con la Cina rinunciando a vantare diritti di annessione o di gestione amministrativa sul Tibet, mentre il governo cinese ne riprendeva il protettorato. Tale trattato fu poi inserito negli accordi del 1907 tra Russia a Gran Bretagna sulla suddivisione dei rispettivi territori di influenza in Asia. I cinesi non si accontentavano però di amministrare il Tibet ma intendevano annetterlo, così nel 1910 invasero l’altopiano e vennero scacciati dagli inglesi solo nel 1912.

La rivoluzione cinese che portò alla fondazione della Repubblica della Cina (1911), vide il Tibet registrato come Provincia cinese, ma la cosa non venne presa bene dai tibetani, che fecero una sommossa scacciando i cinesi e firmando un trattato di alleanza con la Mongolia nel quale i due Paesi rivendicavano la loro indipendenza dalla Cina. Questo stato di quiete resse per circa trent’anni. Nel 1947 i britannici lasciarono l’India e di fatto abbandonarono anche il Tibet al suo destino. Nel 1949 i comunisti fondarono la Repubblica Popolare Cinese e il Presidente Mao dichiarò che nei piani del nuovo governo erano comprese le azioni per riconquistare il Tibet e il Ladakh. Non persero tempo: nel 1950 invasero il Tibet e fecero del suo territorio una Regione autonoma a statuto speciale. L’attuale Dalai Lama Tenzin Gyatso, appena insediato, sedicenne, come Guida spirituale e Capo dello Stato, si trovò a fronteggiare una situazione pesantissima.

Nel 1951,nel tentativo di salvare l’ autonomia del proprio popolo, firmò un accordo capestro con il Governo cinese sperando in una pacifica convivenza, mentre invece la presenza cinese in Tibet ha assunto nel tempo, sempre più chiaramente, la connotazione di una violenta colonizzazione.

L’ultimo tentativo di liberazione avvenne nel 1959, ad opera del movimento di resistenza tibetano, che si concluse con il massacro di migliaia di tibetani e con la fuga in India del Dalai Lama, che lasciò la propria terra con 80.000 profughi. Il Panchen Lama rimase in Cina: alla sua morte, avvenuta nel 1989, il Dalai Lama istituì un comitato per la ricerca della sua reincarnazione che venne identificata in Ghedun Choekyi Nyima nato nel 1989 e residente in Tibet , ma quando il Dalai Lama annunciò nel maggio del 1995 il suo insediamento sul Trono del Panchen Lama, il governo cinese fece arrestare e deportare il piccolo reincarnato e istituì una nuova commissione di ricerca che identificò alcuni candidati i cui nomi furono inseriti nell’urna d’oro: venne estratto il nome di Gyancain Norbu, il quale da allora svolge le sue funzioni con sede a Pechino. L’invasione cinese ha spinto il lamaismo fuori dai confini dell’altopiano himalayano e oggi nel mondo fioriscono i monasteri e i centri per lo studio e la pratica del buddhismo tibetano.

Per quanto non ci siano segni evidenti di un cambiamento della politica del Governo cinese nei confronti del Tibet e della sua cultura, Sua Santità Tenzin Gyatso, il Quattordicesimo Dalai Lama, è infaticabilmente alla ricerca di un dialogo con il Governo cinese, che possa portare la sua Terra, se non all’indipendenza, ad una reale autonomia in grado di permettere la preservazione di una Tradizione millenaria che rischia di scomparire.


Lo studio è come la luce che illumina la tenebra dell’ignoranza, e la conoscenza che ne risulta è il supremo possesso, perché non potrà esserci tolto neanche dal più abile dei ladri
Sua Santità il XIV Dalai Lama