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4 Febbraio 2024

BUDDHISMO magazine FEBBRAIO 2024



Abbiamo scelto, per questo numero, un titolo che ha un senso preciso:
“fare cultura”. Il verbo “fare” non ha infatti a che fare solo
con il costruire, con il realizzare progetti o dar vita ad attività cosiddette
culturali. Piuttosto, richiama allo stesso tempo una prassi e una propensione.
La prassi vuole che la cultura diventi un processo costante
di costruzione di un’identità attraverso un dialogo, una relazione con
l’esistente e con il mondo. Non esiste infatti cultura che possa rinunciare
alle radici, alla memoria, alla tradizione o alle tradizioni. Non esiste cultura
che sia slegata da un lignaggio di idee e prospettive che attraversano il tempo
e lo spazio per diventare un patto tra generazioni, tra chi ci ha preceduto,
tra chi, nell’oggi, si fa carico della responsabilità di tenere una cultura viva
e capace di parlare agli uomini. E, in seguito, per consegnare questo frutto
nelle mani di chi verrà perché possa goderne e farla vivere, risplendere a sua
volta. Non esiste cultura che possa essere un innesto artificiale, teorico, di un
oggetto estraneo sul presente: non è possibile, nel processo di costruzione
di una cultura, ignorare il contesto, i valori, i significati e i linguaggi del luogo
e degli uomini che questa cultura hanno incarnato e incarnano. Non esiste
un essere umano assoluto, slegato dal reale che possa costruire la propria
identità senza tenere conto della cultura e delle culture. L’illusione digitale
che punta a sradicare l’uomo da se stesso lascia una sola possibile e potente
risposta: recuperare il senso di appartenenza a una cultura e accettare la
sfida del processo che genera il senso ultimo, profondo di una cultura viva.
E in questo processo si intravede il secondo elemento della propensione
che è una propensione alla bellezza, alla relazione e al sacro. Fare cultura
come attitudine non è manierismo o esercizio di stile. È un darsi a ciò che
conta, è un riscoprire la fragilità dell’esistenza, è il prendersi cura di un momento
di luce, di un’espressione di umanità. È la forza di conservare ciò che
rischiamo di perdere e che rende la vita degna. Fare cultura, in fondo, è un
gesto d’amore, l’amore per ciò che davvero è ultimativo: il vivere.

Stefano Bettera



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